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Le “palle di mare” svelano l’inquinamento: plastica in oltre un terzo delle sfere di Posidonia

Uno studio ENEA condotto lungo la costa laziale rivela che oltre un terzo delle cosiddette “palle di mare” contiene plastica, soprattutto microfibre sintetiche. Le sfere di Posidonia oceanica emergono come indicatori naturali dell’inquinamento marino, evidenziando il ruolo degli scarichi urbani e la diffusione capillare delle microplastiche nel Mediterraneo.

Sfere di Posidonia oceanica sulle spiagge del Lazio

Le “palle di mare”, scientificamente note come “egagropile”, sono sfere naturali formate dai residui della Posidonia oceanica, fanerogama marina diffusa nel Mediterraneo. Le palle di mare, frequentemente presenti sulle spiagge, si rivelano un prezioso strumento per monitorare l’inquinamento marino. Secondo un recente studio dell’ENEA, pubblicato sulla rivista Environments, quasi il 35% di queste strutture contiene frammenti di plastica, confermando la diffusione ormai pervasiva delle microplastiche negli ecosistemi costieri.

La ricerca, condotta su circa 1.300 campioni raccolti in 13 siti lungo la costa laziale, ha identificato oltre 1.400 particelle plastiche, con una media di poco più di tre elementi per sfera. Quasi la metà dei materiali rinvenuti è costituita da microplastiche (inferiori ai 5 millimetri) mentre il resto si divide tra frammenti di dimensioni maggiori.

Dal punto di vista qualitativo, emergono soprattutto fibre e filamenti sintetici. Tra i polimeri più diffusi figurano nylon e polietilene tereftalato (PET), materiali comunemente utilizzati nei tessuti e negli imballaggi, insieme a polietilene e polipropilene. Le analisi indicano inoltre che molte di queste particelle derivano dalla frammentazione di oggetti plastici più grandi, evidenziando un processo di degradazione già avanzato nell’ambiente marino.

Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda la correlazione tra la presenza di microfibre e la vicinanza agli impianti di depurazione. Questi sistemi, infatti, non riescono a trattenere completamente le fibre sintetiche rilasciate durante il lavaggio dei tessuti, che finiscono così nei corsi d’acqua e, infine, in mare, dove si accumulano nei sedimenti.

Le egagropile si formano proprio intrappolando i resti di Posidonia e detriti presenti sui fondali, inclusi quelli plastici. Questo processo naturale trasforma le egagropile in vere e proprie “sentinelle ambientali”, capaci di offrire informazioni preziose sullo stato di salute del mare senza ricorrere a tecnologie invasive.

Gli autori dello studio Patrizia Menegoni dell’ENEA, e Loris Pietrelli di Legambiente, sottolineano come il Mediterraneo sia tra i bacini più esposti all’inquinamento da plastica e come le praterie di Posidonia oceanica, già fondamentali per la produzione di ossigeno, la stabilizzazione dei sedimenti e l’assorbimento di carbonio, possano svolgere anche un ruolo chiave nel monitoraggio ambientale.

I risultati evidenziano dunque non solo la diffusione delle microplastiche, ma anche l’urgenza di intervenire sulle fonti di inquinamento, in particolare sugli scarichi urbani e sull’uso di materiali sintetici, per limitare un fenomeno ormai radicato negli equilibri ecologici marini.

Personale di riferimento: 
A cura di: 
Ivo Rossetti
Ultimo aggiornamento: 6 Maggio 2026