Bismuto: nuovi rischi per gli ecosistemi d’acqua dolce
Una ricerca realizzata con il contributo di ENEA, mostra che il bismuto, un metallo considerato alternativa ecologica al piombo, può accumularsi negli organismi acquatici. I risultati evidenziano effetti diversi tra specie: alcune tollerano il metallo, mentre altre subiscono danni genetici anche a basse concentrazioni.
Il bismuto, metallo spesso indicato come una soluzione più sostenibile rispetto al piombo in diversi settori industriali, potrebbe non essere così innocuo per gli ecosistemi acquatici. È quanto emerge da una ricerca condotta da ENEA insieme a CNR-IRET, l’Università di Roma La Sapienza e Università della Tuscia, nell’ambito del progetto PNRR National Biodiversity Future Center (NBFC).
Lo studio, pubblicato sulla rivista Science of The Total Environment, ha analizzato gli effetti del metallo su due organismi chiave degli ambienti d’acqua dolce: la pianta acquatica Lemna minor e il crostaceo Echinogammarus veneris. Entrambi gli organismi sono alla base delle catene alimentari di molti ecosistemi d’acqua dolce, e si sono dimostrati in grado di accumulare elevate quantità di bismuto nei tessuti. Ciò solleva il rischio di trasferimento e bioaccumulo lungo la catena alimentare.
I risultati evidenziano però una differenza significativa tra le specie osservate, come spiega Valentina Iannilli, ricercatrice ENEA del Laboratorio Biodiversità ed ecosistemi del Dipartimento Sostenibilità e coautrice dello studio: Lemna minor mostra una notevole tolleranza al metallo, poiché anche in presenza di alte concentrazioni non sono stati riscontrati effetti negativi sulla crescita o sulla fotosintesi. Questo suggerisce l’esistenza di meccanismi di controllo dell’assorbimento che limitano i danni biologici. Al contrario, il crostaceo Echinogammarus veneris appare particolarmente vulnerabile. Gli esperimenti hanno evidenziato danni al DNA già a basse concentrazioni di bismuto, indicando una sensibilità elevata agli effetti genotossici. Essendo organismi a stretto contatto con i sedimenti, dove i metalli tendono ad accumularsi, risultano più esposti e quindi utili come “sentinelle” ambientali.
Nonostante il bismuto sia generalmente considerato un metallo a bassa tossicità, i dati raccolti indicano la possibilità di effetti sub-letali sugli organismi più sensibili, con potenziali conseguenze sull’equilibrio degli ecosistemi.
Le fonti di contaminazione sono sia naturali sia di origine antropica. Tra queste ultime, polveri industriali, emissioni da trasporti, residui di armi da fuoco e particolato derivante da fuochi d’artificio sono le principali fonti. L’aumento dell’utilizzo del bismuto in ambito tecnologico, cosmetico e medico potrebbe inoltre favorirne una maggiore diffusione ambientale. Il bismuto è, infatti, utilizzato in cosmetica per conferire luminosità ed effetto perlato a prodotti come fondotinta e ombretti, mentre in medicina trova applicazione nel trattamento di diverse patologie e nella diagnostica avanzata. Negli ultimi anni, inoltre, alcuni composti del bismuto hanno attirato l’attenzione della ricerca per il loro potenziale antivirale, ampliandone le possibili applicazioni future.
La ricerca apre quindi nuovi interrogativi sulla reale sostenibilità dei materiali alternativi e sottolinea la necessità di valutazioni più approfondite sugli impatti a lungo termine dei cosiddetti metalli “green”.

