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Frana di Niscemi: cause, prevenzione e sfide future

La frana di Niscemi del gennaio 2026 evidenzia la fragilità di alcuni territori italiani. Il fenomeno, legato a condizioni geologiche preesistenti, con le piogge come possibile innesco, evidenzia l’importanza del monitoraggio e della prevenzione.

Foto aerea frana di Niscemi. Fonte: Wikimedia Commons, Licenza CC BY-SA 4.0, Autore Gianfrancodp

La frana che ha colpito Niscemi nel gennaio 2026 rappresenta un caso significativo per comprendere i fenomeni di instabilità del territorio in Italia. L’evento, che non ha causato vittime, è stato trattato da Luca Maria Falconi, geologo del Laboratorio Impatti sul Territorio e nei Paesi in Via di Sviluppo dell’ENEA, in un’intervista su Radio Onda Salute.

L’area è caratterizzata da terreni geologicamente giovani e poco consolidati: sabbie e calcareniti poggiano su argille marnose profonde, materiali facilmente deformabili. In questo contesto si è sviluppato uno scivolamento profondo, con superfici di rottura che possono raggiungere anche i 100 metri. Episodi simili si erano già verificati in passato, indicando una fragilità strutturale del versante.

Le precipitazioni intense associate al ciclone “Harry” possono aver contribuito all’innesco del movimento, ma non rappresentano la causa principale. Il fenomeno, infatti, si inserisce in una dinamica evolutiva già attiva, dove fattori esterni – come piogge o eventi sismici – possono accelerare condizioni di instabilità preesistenti.

Per il monitoraggio di eventi di questo tipo, attualmente vengono utilizzati sistemi satellitari basati su interferometria, come quelli del programma Copernicus, che consentono di rilevare spostamenti del suolo con elevata precisione. Tuttavia, per una comprensione completa del fenomeno, sono fondamentali anche strumenti a terra, in grado di misurare movimenti profondi e variazioni delle falde.

L’evento richiama l’attenzione sull’importanza della conoscenza del territorio e della prevenzione. In Italia, secondo l’ISPRA, una quota significativa di aree abitate è esposta a rischio idrogeologico, rendendo essenziale l’integrazione tra dati scientifici, monitoraggio e pianificazione.

Guardando al futuro, i cambiamenti climatici potrebbero modificare la tipologia dei fenomeni franosi: si prevede una diminuzione dei movimenti profondi e un aumento delle frane superficiali rapide, legate a precipitazioni più intense e concentrate.

La ricerca scientifica è impegnata nello sviluppo di modelli e sistemi di allerta sempre più avanzati, con l’obiettivo di migliorare la capacità di previsione e contribuire alla tutela del territorio e delle comunità.

Fonte fotografia: Wikimedia Commons, Licenza CC BY-SA 4.0, Autore Gianfrancodp

Personale di riferimento: 
A cura di: 
Ivo Rossetti
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo 2026